sabato 4 ottobre 2008

NUOVA ESPERIENZA: RACCONTO A QUATTRO TESTE - INCIPIT

Buongiorno, navigatori!
Rieccomi su quest'isola di web nell'oceano della Rete, per condividere tempo e opinioni con voi. In particolare, oggi vi propongo un passaggio di un racconto che sto scrivendo per un forum (http://osvi.forumup.it/index.php), a cui rimando per conoscenza vostra e nel caso vi stuzzicasse la curiosità.
Questo racconto, scritto in collaborazione con altre quattro persone, diventerà una storia completa suddivisa in episodi, ogni capitolo scritto da uno dei partecipanti. Questo garantisce una varietà e diversità di stili e temi che io trovo molto bella e stimolante, oltre che del tutto libera e molto creativa.
Vi auguro una buona lettura!


L’uomo osservava. Era seduto in uno squallido baretto da circolino, in una viuzza sporca e umida come tante nella periferia. L’aria sapeva di muffa e legno bagnato, birra e tabacco mal digerito dal gruppo di pensionati e nullafacenti che si appoggiavano mollemente al banco, snocciolandosi aneddoti e episodi della domenica. Un televisore, di marca non meglio identificata, ronzava le parole del giornalista come un calabrone isterico.
L’uomo girò lo sguardo sull’ambiente mal illuminato e stantio. Sedeva in un angolo buio, lontano dagli altri. Gli occhi si muovevano lenti e impassibili dalla porta al bancone e viceversa. Uno dei pensionati sbocconcellava una sigaretta svogliatamente, sputandone puntualmente briciole di fumo e scintille che andava a depositare in un posacenere che aveva visto tempi migliori e che non vedeva l’ora di essere sbriciolato nel cassonetto dell’immondizia.
L’uomo si alzò e si mosse verso la porta. Nessuno lo guardava da sopra i tavoli recuperati a poco prezzo da un robivecchi, incisi di frasi d’amore eterno ormai decomposte e non meglio indirizzate sequele di improperi riguardo le abitudini della madre di qualcuno degli avventori.
Raggiunse il bancone e il barista, un brizzolato sui cinquanta segnato dal fumo e dalle vene del viso scoppiate, porse il capo e lo sguardo interrogativo verso di lui. L’uomo lo guardò un istante, poi decise che il barista era troppo annebbiato dalle parole e dalle sigarette per capire che era venuto a saldare.
“Un Martini”, propose l’uomo in un italiano dall'accento venato di terre oltre-Adriatico. Il barista volse lo sguardo alla cassa, battè due tasti con le dita affusolate e rugose e ricevette il cassetto che si apriva con indifferenza. L’uomo gli porse una banconota da 10 euro. Il barista sospirò sconsolato e iniziò la pesca alla moneta. Produsse varie monete in pezzi da 1 euro, 2 euro e centesimi misti che sapevano di fumo stantio e luccicavano come statue di bronzo coperte di cenere, e una banconota rosicchiata da 5 euro che sembrava recuperata da un paio di pantaloni appena usciti dalla lavatrice.
L’uomo intascò il resto e il grugnito di saluto del barista, poi imbroccò la porta in legno viscido di pioggia e anni di utilizzo. Si trovò in strada, lontano dagli aneddoti e dai risultati delle partite. Pioggia leggera cadeva sottile come aghi e impalpabile come vapore. Le poche auto che passavano in strada sollevavano leggeri scrosci di suoni umidi e ventagli sussurrati di gocce finissime. L’uomo respirò l’aria satura di catrame bagnato e gas di scarico, poi iniziò a camminare verso un parcheggio desolato come un deserto, dove le poche automobili parcheggiate sembravano vecchi pensionati in attesa di qualche evento.
L’uomo estrasse la chiave della sua auto e premette un pulsante. Una banalissima Punto seconda versione, con la vernice verde scrostata e un passaruota ammaccato, ammicò con la doppia freccia salutandolo come un Messia nella valle delle lacrime. Lacrime, pensò l’uomo esponendo il viso all’acquerugiola che velava il cielo grigio uniforme.
Raggiunse la portiera della sua auto, afferrò la maniglia e la aprì con indolenza, quasi gli costasse uno sforzo spropositato per il suo fisico perfettamente in forma. Sotto la giacca impermeabile nera e la camicia chiara i muscoli gonfiavano la stoffa. L’uomo pensò che la palestra dava i suoi risultati, senza farlo apparire gonfio e mostruoso come tanti palestrati. L’unica cosa che si sgonfiava era il portafogli. Per quello doveva fare quel lavoro.

Non gli era mai piaciuto commerciare in dettaglio al mercato nero delle opere d’arte. Ma gli introiti erano migliori dello smazzo di fumo dietro le scuole superiori e i licei della città. E i rischi erano maggiori. Finora era stato fortunato e ne la Polizia ne i Carabinieri avevano trovato le sue tracce. Non poteva durare per sempre, ma era la sua sola fonte di guadagno.
Aveva provato a lavorare normalmente, come tutti, ma dopo tre lavori cambiati in due mesi e paghe disgustose aveva addocchiato il business del fumo. Cannabis venduta sottobanco e fuori dai licei. Qualche entrata, ma poca roba. La palestra da pagare, l’assicurazione dell’auto, e mille altri sfizi del fine settimana. Poi aveva trovato un nuovo mestiere: il traffico di opere d’arte.
Per caso aveva conosciuto un tizio che lavorava nell’antiquariato e gli aveva mostrato alcuni pezzi originali che valevano oro. In men che non si dica, si era specializzato in furti di opere d’arte. Chiese, ville, palazzi d’epoca erano diventati i suoi nuovi obbiettivi. Dopo il primo furto, aveva affinato tecnica e abilità ed ora poteva trafugare qualsiasi cosa senza che i proprietari se ne accorgessero.
La rivendita degli oggetti era molto più remunerativa. Ricconi e magnati di svariati paesi pagavano cifre astronomiche per qualche pezzo di marmo e qualche reliquia di qualche civiltà scomparsa da millenni. E lui poteva soddisfare le sue voglie pagandosi la palestra (che lo aiutava anche nella sua attività), l’assicurazione e comprandosi abiti firmati.

Ora eccolo lì, ad aspettare il suo acquirente. Un tizio aveva chiesto di un pezzo di antiquariato mica male, roba da quattromila anni e un milione di euro secchi secchi. Lui lo aveva recuperato e imballato, contattato il suo uomo e stabilito la cifra.
L’uomo guardava l’orologio. Era quasi ora e il suo contatto non si vedeva. Il suo acquirente aveva garantito che avrebbe inviato il suo esperto. L’uomo guardò ancora la strada semideserta e l’acqua che pioveva come una patina di lanugine liquida sul parabrezza.
Un movimento al margine del suo campo visivo lo attrasse. Un'auto era entrata nel parcheggio rullando come un lussuoso aereo, carrozzeria metallizzata grigia e linee eleganti. L'uomo l'osservò stupito mentre accostava precisamente alle strisce e si fermava. Il motore si spense dopo un istante.
L'uomo sentiva il cuore battere in gola mentre dalla portiera emergeva un uomo sui venticinque, alto, fasciato da un cappotto nero lungo fino alle caviglie in pelle. Portava una valigetta, abbastanza piccola per un milione di euro. L'uomo accantonò i suoi pensieri e lanciò un paio di colpi di abbaglianti.
Il suo contatto vide il segnale e iniziò a camminare verso la Punto mezza sfasciata, chiudendo con il comando a distanza la sua Musa. Raggiunse la portiera dal lato del passeggero, l'aprì, la richiuse, ed era all'interno. L'uomo lo studiò: sguardo impenetrabile, capelli castani corti, niente barba. Fisico asciutto, abbastanza magro, troppo magro per la sua altezza.
“Hai il pezzo?”, domandò il contatto. L'uomo trovava la sua voce inquietante, stranamente atona e priva di inflessioni. Sembrava la prova malriuscita di un doppiatore con le corde vocali in marmo.
“Certo, ma tu hai i soldi?”, rimbeccò l'uomo. Occhieggiò alla valigetta con fare eloquente: “Non crederai che ci sia cascato che lì dentro vi siano le banconote per un milione, vero? Sono nel giro da tempo e ti assicuro che se non hai il denaro con te, l'affare va a monte. Non sono qui a perdere tempo”.
Il contatto lo guardò e l'uomo si trovò di fronte a un paio di occhi castani sfumati di verde, limpidi e gelidi come il ghiaccio. Lui odiava il ghiaccio. Gli ricordava l'inverno nel suo paesucolo sulle montagne dal quale era scappato da ragazzo.
“Fammi vedere il pezzo”. Non una richiesta, non una supplica. Un ordine preciso, imperioso e atono. L'uomo deglutì, incatenato dagli occhi di ghiaccio. Che razza di esperto è questo, si domandava nel turbinio di pensieri che affollavano la sua mente sconvolta da tanta freddezza.
Allungò una mano dietro il sedile del guidatore e produsse un pacco, un involto bruttissimo di carta e spago. Non aveva valige dove mettere i pezzi che rubava. Era meglio carta da pacchi, nastro adesivo e spago. Non erano rintracciabili. Ancora meno delle valige.
Porse il pacco al contatto. Il giovane (perchè questo era, per la miseria!) estrasse un coltellino da una fondina nera che portava alla cintura che reggeva i jeans privi di marca, e lacerò precisamente l'involucro di carta con un colpo netto della lama ad artiglio. L'uomo deglutì di nuovo, come se il giovane avesse provato a tagliargli la gola con quella lama. Il giovane lo ignorò. Schiuse i due lembi e osservò il vaso, poi richiuse la ferita slabbrata della carta e alzò lo sguardo sull'uomo. Sorrise. All'uomo sembrava vedere il ghigno di un teschio.
“Ottimo. Sei affidabile. Eccoti il tuo compenso”, e gli porse la valigetta. L'uomo tirò un sospiro di sollievo. Il contatto aspettò che si mettesse comodo e pronto ad aprire la valigetta, poi gli domandò con naturalezza: “Non hai lasciato tracce, vero? Segni o prove che conducano a te, vero?”.
L'uomo si bloccò. La domanda era semplice, ma sembrava che il giovane l'avesse buttata lì come un'esca. Stai attento, pensò l'uomo. “Non ho lasciato tracce. Sono un professionista, io!”, rispose. Il giovane annuì: “Ma invece ne hai lasciate”.
L'uomo alzò lo sguardo, teso. Il giovane era fermo nella stessa posizione di quando era salito: appoggiato al sedile con noncuranza, il trench nero aperto come le ali di un corvo gigantesco, le braccia allungate sulle cosce, la fondina del coltellino con il quale aveva aperto il pacco in vista. “Vuoi fregarmi? Non ne ho lasciate!”, rispose. Il giovane agitò una mano come a scacciare un pensiero importuno: “Come credi...”.
L'uomo scosse la testa e tornò alla valigetta. Con uno scatto aprì i gancetti e alzò il coperchio.
Vuota.
O meglio, c'era una foto. Il ripiano da dove aveva recuperato il vaso. E la C di sabbia.
Una goccia di sudore gli rotolò sulla tempia giù, lungo la guancia. Voltò di scatto la testa verso il giovane, il contatto. Sulle cosce si era materializzato un involto in plastica nera oblungo, e all'interno una mano stringeva qualcosa. Il giovane non lo guardava nemmeno mentre parlava: “Hai lasciato una traccia”. Nessuna inflessione, una pura constatazione.
L'uomo sudava copiosamente. Aureole di sudore gli avevano impregnato la maglietta sotto la giacca. Cercò di articolare una frase, una giustificazione, un insulto. Dì qualcosa, pensò disperatamente. “Volevo... volevo lasciare solo una firma, un tocco teatrale... Lo so, è stata una cavolata, ma non darà nessun indirizzo alla Polizia o ai Carabinieri... Non succederà niente... Puoi dire al tuo capo...”, sputò tutto in un fiato.
Il giovane volse lentamente lo sguardo su di lui.
L'uomo leccò le labbra asciutte con la lingua impastata dalla tensione.
“Al mio datore di lavoro non piacciono le... cavolate, Clirime Athzavan”. Nessuna inflessione, semplice constatazione. L'uomo si congelò nel terrore più assoluto. Sapeva il suo nome! Sapeva il suo nome e cognome!
Il giovane alzò l'involto all'altezza della testa dell'uomo nella frazione di un battito di ciglia, mosse un dito all'interno del sacchetto. Un soffocato sbuffo di luce illuminò l'abitacolo velato di respiro condensato, un'acquerugiola rossa schizzò il parabrezza, velata dagli scrosci di pioggia che smerigliavano i vetri.

Il giovane scese dall'auto, pacchetto sotto braccio, chiuse la portiera e si avvicinò alla Lancia Musa parcheggiata a pochi metri. Salì sull'auto, inserì la chiave, estrasse dalla giacca l'involto nero su cui spiccava un foro fumigante. Lo buttò sul tappetino ai piedi del sedile del passeggero, lasciando nell'aria una voluta di fumo appena percettibile e l'aroma dello sparo. Dovrò compattare il silenziatore e ripulire la canna, pensò il giovane annotando mentalmente il compito. Girò la chiave e l'auto si accese in un sospiro angosciato. La pioggia stava intensificandosi.
L'auto scivolò fuori dal parcheggio in uno sfrigolio di pozzanghere infrante.

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